Una
grande porzione della forza lavoro industriale delle compagnie viveva
in famiglie agricole part-time. Anche negli anni '80 i ricercatori del
Veneto hanno trovato che il 60% dei lavoratori sotto i trent’anni
tenevano un orto e che i lavoratori che si spostavano in una città
per lavoro spesso continuavano a mantenere un orto nelle campagne; per
i lavoratori più anziani le cifre erano anche più alte.
Sebbene queste famiglie semi-agrarie fossero molto più grandi
delle loro controparti urbane, le loro spese di vita erano considerevolmente
più basse. Il solo orto abbassava drasticamente il costo della
vita in Friuli, quasi la metà delle famiglie contadine era autosufficiente
per i prodotti dell’orto e spendeva meno in energia e affitti
degli abitanti della città.

Agricoltore
al lavoro ai piedi della collina di S. Daniele
Per di più loro continuarono a mantenere
fino agli anni '80 un comportamento di razionalità parsimoniosa;
una resistenza a gettare via vecchi oggetti in cambio di nuovi, l’uso
di stufe a legna per riscaldare solo una o due stanze in casa, e l’abitudine
a mettere in vaso i prodotti dell’orto per conservarli. Nel 1979
il 76% delle famiglie aveva il freezer ma solo il 7% aveva lavastoviglie.

Se queste famiglie frugali spendevano molto in materiali e nei contratti
di costruzione, alimentando il boom edilizio, fornivano però
un mercato piuttosto limitato agli imprenditori che producevano beni
di consumo. I produttori di pantofole e mobili dovevano trovare i loro
mercati principali fuori dalla regione. Come un imprenditore lamentava:
“Il Friuli, con il suo 1 milione di abitanti, meno i 300mila di
Trieste; rimangono 700mila abitanti sparsi in una vasta area. E questi
700mila abitanti: se vai a Milano, Roma, Padova o Vicenza li trovi concentrati
in un territorio molto più piccolo, così si possono distribuire
i prodotti del mercato molto meglio. Qui in Friuli per trovare i 700mila
devi andare da Tarvisio a Lignano (sulla costa) e il consumo materiale
è molto limitato, così non si può vendere molto
qui”.
