Subito dopo la Prima Guerra Mondiale ci fu un periodo di fermento fra
contadini e lavoratori. I movimenti contadini si organizzarono per ottenere
una riforma delle terre e delle migliori condizioni contrattuali, spesso
con successo, e i sindacati aumentarono la loro presenza nelle grandi
città. Spaventati, i piccoli borghesi ascoltavano con interesse
crescente i politici esponenti del nuovo movimento fascista, che chiedevano
cooperazione tra capitale e lavoro per il bene della nazione e, per
ottenere questo, organizzarono squadre paramilitari per intimidire i
leaders dei lavoratori. Quando arrivarono al controllo del governo negli
anni '20 i fascisti seguirono politiche che favorivano le imprese private.
Economicamente, questi furono anni di relativa prosperità per
la piccola borghesia liberale, che ripagava il regime con il suo appoggio.
A S. Daniele, le cariche più importanti
del governo locale erano ricoperte da influenti notabili, spesso massoni,
e le cariche meno prestigiose erano detenute da membri meno importanti
della piccola borghesia.
I primi anni del Fascismo furono caratterizzati da conflitti con la
Chiesa, con gli oratori cattolici che se la prendevano con il socialismo
ed il comunismo e mettevano in guardia dai pericoli della deposizione
del liberalismo, mentre le squadre fasciste attaccavano le riunioni
dei circoli politici come l'Azione Cattolica. L'antagonismo fra cattolici
e piccoli borghesi liberali a S. Daniele è ben illustrato nel
conflitto per un'iniziativa industriale cattolica. Nel 1921 l'arciprete
di S. Daniele sollecitò l'aiuto dei parrocchiani per comprare
delle macchine usate e costituire una fabbrica di pantofole nella Scuola
Professionale Femminile, una locale scuola media per donne.

Portone
di ingresso alla scuola professionale femminile
Lo
scopo dell'iniziativa, come ricordato da varia gente del posto, era
di portare le giovani ragazze "fuori dal controllo dei liberi imprenditori"
e impiegarle in un "ambiente moralmente e d igienicamente sano",
per ridurre la spinta dell'emigrazione verso la città ed il lavoro
come domestiche, oltre che a generare delle entrate alla parrocchia.
Su personale incentivo dell'arcivescovo di Udine, molte famiglie di
S. Daniele firmarono delle cambiali per un cospicuo prestito.

Per molti anni, la fabbrica ebbe abbastanza successo ma, con l'avvento
della depressione negli anni '30, ebbe tempi duri. Nel 1931 diffamata
da industrie di scarpe rivali, dai cittadini, dalle autorità,
amministrata da un "farabutto" ed oppressa dai debiti, l'impresa
passò nelle mani di un amministratore. La bancarotta mise i membri
della piccola borghesia contro la Chiesa e i suoi rappresentanti. Un
gruppo di commercianti locali che non aveva firmato le cambiali, ora
"avrebbe potuto evitare la bancarotta comprando l'impresa",
amministrando la liquidazione, mentre il prete di S. Daniele era "combattuto
slealmente dall'autorità civile e politica" e un numero
di famiglie cattoliche di S. Daniele era gravato da schiaccianti debiti.
