Il
carattere “caotico” dello sviluppo industriale italiano
è derivato in parte dalla politica liberale e democristiana di
non - interferenza nell’economia, soprattutto dai primi anni ’50
fino ai tardi anni ’60.
Una forma di non - interferenza fu la non - imposizione
di diritti tributari per le piccole società. Al fine di incoraggiare
lo sviluppo nelle aree rurali, la Legge Nazionale 635 del 1957 esonerò
le imprese artigiane e le piccole industrie avviate nei comuni con meno
di 10.000 abitanti da ogni tassa diretta per 10 anni. Ma molte delle
tasse non soggette ad esonero furono semplicemente evase. Infatti, l’evasione
delle tasse non fu solo riconosciuta come pratica normale, ma anche
spiegata ampiamente come inevitabile.

Inoltre i piccoli imprenditori avevano diversi modi per ridurre i costi
nel loro libro paga. Diventò una routine assumere adolescenti
di entrambi i sessi, come apprendisti e pagare loro una frazione del
salario di un lavoratore per 2 o 3 anni, molto al di là del periodo
di tirocinio effettivo. Addirittura si sente dire che alcuni apprendisti
hanno lavorato anche gratis e pregato di essere eventualmente assunti
e diventare operai. Ci si aspetta di solito che gli operai facessero
lo straordinario, ma gli impiegati preferivano registrare nei libri
un numero minimo plausibile di ore, e che gli fosse pagato in nero lo
straordinario. Per gli anni di lavoro di apprendista e le ore di straordinario,
gli imprenditori non pagarono alcun contributo per le assicurazioni
sociali, il che portò, nel momento del pensionamento, al calo
dell'ammontare delle pensioni.

Le condizioni di lavoro forse più dure
furono vissute nel settore delle pantofole. I lavoratori, soprattutto
giovani ragazze, furono tenute sotto stretto controllo da un sorvegliante.
In una tipica fabbrica di pantofole, una grande finestra si affacciava
dagli uffici sul piano degli operai. Gli imprenditori potevano assumere
chi volevano (superando la necessità di assumere attraverso l’ufficio
di collocamento), chiamando “specialisti” specifici che
poi potevano pagare come lavoratori ordinari. E dal momento che quella
delle pantofole era un’industria stagionale (per calzature estive
e invernali), essi potevano sempre giustificare il licenziamento.

Tali misure ebbero l’effetto di tenere i sindacati fuori dalle
loro fabbriche. Nel 1951, uno sciopero locale si concluse con un nuovo
contratto provinciale, firmato dalle associazioni più importanti,
ma il sindacato locale (CISL) fu troppo debole per farlo applicare;
prima che fosse troppo tardi, gli imprenditori licenziarono semplicemente
gli operai sindacalisti più scomodi.
Nel 1961, fu creato l’ Ispettorato del Lavoro, con agenti autorizzati
a fare visite a sorpresa alle fabbriche per contare i lavoratori e controllare
il rispetto dell’imposizione di contratto. Ciò rese gli
imprenditori più prudenti: i controlli sul posto portarono al
miglioramento delle condizioni di lavoro; ma non dappertutto era così:
“i vicini che abitavano dietro una fabbrica mi fecero notare un
muro che i lavoratori fuggitivi scavalcavano ogni volta che gli ispettori
arrivavano” (T. H. Backer, p.55).

Come nel resto dell’Italia, l’autorità
per la pianificazione fu in questi anni fortemente decentralizzata.
Le leggi sulla pianificazione urbana, in effetti, diedero dal 1942 fino
al 1967 piena autorità sulla pianificazione alle municipalità;
in pratica si avevano piani regolatori. Fu effettivamente legale costruire
qualsiasi cosa, ma al di fuori delle aree residenziali. E i governi
municipali, ansiosi di vedere attività create nelle loro comunità,
furono poco propensi a sorvegliare condizioni di lavoro di affollamento
o rischiose nelle fabbriche. Dopo il 1964, i programmi sui prestiti
del governo regionale, dalla loro parte, non collocarono nessuna nuova
restrizione nella locazione di investimenti per essere agevolati.

La regolazione del governo iniziò ad ingrandirsi a metà
degli anni ’60, quando le leggi nazionali cominciarono a pretendere
permessi per tutte le costruzioni e a dirigere un gran numero di municipalità
per organizzare piani regolatori; nel 1965, il governo regionale in
Friuli comunicò le sue intenzioni di abbozzare un “piano
urbanistico”, ma si dovette attendere il 1972 per istituire un
sistema completo di uffici di pianificazione, e il primo piano regionale
non fu realmente approvato fino al 1978 (Mattioni e Comuzzi 1982: 72,
Dri e Grandinetti 1983: 137). D’altra parte, i progettisti economici
si scontrarono contro un atteggiamento, che si diffuse tra la cittadinanza,
di diffidenza verso il governo e di resistenza al controllo.
