Tra
gli anni '50 e '60, durante i quali i lavoratori delle fabbriche di
pantofole venivano pagati meno del salario stabilito dai contratti collettivi
per l'industria nazionale delle calzature, la posizione presa dagli
imprenditori fu che le pantofole erano un prodotto dell'artigianato
tradizionale, incomparabile con le scarpe di cuoio. D'altra parte, in
una situazione dove gli imprenditori potevano licenziare a loro piacimento,
i sindacati avevano pochi membri in San Daniele e quindi non avevano
il potere per assicurare il rispetto del loro speciale contratto locale.
Nel 1968, comunque, la federazione nazionale dei
lavoratori dei vestiti e dei tessuti (FILIA - CISL) fece valere la sua
importanza e propose che il contratto nazionale delle calzature fosse
gradualmente applicato in San Daniele. L'associazione degli imprenditori
rifiutò. Nelle assemblee locali sulle condizioni del contratto,
i lavoratori maschi, che erano circa il 15% della forza lavoro, ma occupavano
posizioni di maggior abilità e prestigio, si trovarono in disaccordo
con le donne e gli adolescenti, che avrebbero guadagnato di più
grazie alle nuove proposte. Dopo nove mesi di negoziati, fu raggiunto
un accordo all'inizio del '69. Il nuovo contratto determinava salari
più alti, una giornata lavorativa più corta, migliore
trattamento dei minori e degli apprendisti, straordinari pagati, sicurezza
lavorativa in caso di malattia e diritti unitari. Il nuovo contratto
abbassò inoltre la tabella base dei salari; poiché prima
gli apprendisti ricevevano di solito all'incirca 1/8 del salario completo,
ora ricevevano un salario quasi pieno fin dall'inizio.

I rapporti tra i lavoratori e i padroni divennero tesi ed amari. Un
imprenditore ricorda le sue sensazioni d'esasperazione per la perdita
del controllo sulla base operaia: "In quel momento, ho guardato
i miei lavoratori nella fabbrica ed ho visto dei nemici; io non ho visto
collaboratori. Ho visto ostacoli da oltrepassare. Nell'arco di un anno
i rapporti tra dipendenti e datori di lavoro erano completamente cambiati.
[…] Prima di allora io ero stato il capo indiscusso. Questa fu
un'esperienza traumatica per me, non lo negherò. […] E
a causa delle nuove leggi, dei nuovi contratti collettivi, io non potevo
più licenziarli; potevo mandarli via solamente per motivi ragionevoli
[…] Sebbene io accettassi queste nuove regole, all'inizio fu una
pillola amara da inghiottire."

In risposta questo imprenditore ridusse la sua
forza lavoro ad una misura più facilmente controllabile: "l'azienda
cominciò gradualmente a diminuire in grandezza - in parte per
scelta, in parte per mancanza di richiesta da parte dei committenti,
in parte, lasciatemelo dire, per sospetto, per istinto. E quando dico
istinto intendo più o meno quello animale, come un animale che
è spaventato e si mette sulla difensiva. […] Dopo che i
lavoratori si ritiravano o si sposavano e lasciavano la fabbrica, io
non li rimpiazzavo." (T. Baker, p.71).

Altri produttori di pantofole compensavano la loro perdita di controllo
e gli alti costi del lavoro adoperando varie forme del sistema di lavoro
a domicilio. In alcuni casi, gli imprenditori fecero in modo da registrare
una lavoratrice come artigiana indipendente, per le tasse, e poi le
prestarono la macchina da cucire e i materiali. In altri casi, le dipendenti
erano impiegate dalla ditta come lavoratrici a domicilio. Queste varie
soluzioni permisero agli imprenditori di mantenere un alto profitto
senza il costo di una vasta forza lavoro. Come ci ha confidato un imprenditore.
"Dietro il sipario c'era un'indefinibile parte che scappava da
quanto stabilito dalla legge. Un lavoratore a domicilio poteva essere
in realtà 'cinque'. Il marito, la suocera, la nonna, tutti davano
una mano con il lavoro. Sulla carta .[una ditta aveva] un regolare impiegato,
che pagava i contributi per la sicurezza sociale e le tasse. Ma 'dieci'
lavoratori sulla carta dovevano essere in realtà cinquanta. Nel
1976 un economista, visitando l'area intorno a S. Daniele, stimò
che, attraverso i lavoratori a domicilio e pagando bassi salari, sette
fabbriche artigianali di pantofole - con un totale, in teoria, di non
più di 105 lavoratori - erano capaci di produrre all'incirca
come una fabbrica industriale di 230 lavoratori (Tonutti, 1976:46).
