Dalla
fine degli anni ’60 le famiglie nelle campagne avevano moltiplicato
le fonti di reddito, incluse le rimesse dei figli emigrati all’estero,
le minime della pensione, il ricavato dalla vendita del latte e del
mais e la retribuzione delle industrie locali e dai lavori d’ufficio.
Inoltre, il cibo veniva per la maggior parte dai
loro orti e molti lavoratori non pagavano l’affitto. Dal 1970,
il reddito pro-capite del Friuli aveva superato la media nazionale,
raggiungendo un relativo guadagno del 25% in solo 12 anni e continuò
ad aumentare durante gli anni ’70.

Con altri redditi, le famiglie poterono permettersi di consumare di
più. Pagare a rate era la regola, per questo c’erano poche
motivazioni per rimandare di acquistare una TV, un frigo o una macchina.
La gente iniziò a prendere ferie e, nel tempo libero, ad incontrarsi
nei nuovi “cafè”, che apparvero accanto alle tradizionali
osterie. La casa, misura visibile della condizione sociale nella comunità,
fu l’oggetto per cui spesero maggiormente: le famiglie, che altrimenti
erano parsimoniose, non badavano a spese per un buon pavimento, un bell’arredo
e un’ottima attrezzatura.

Una collettiva febbre per gli acquisti in Europa
favorì sia l’espansione delle industrie in Friuli, sia
creò nuove opportunità per le imprese di piccola scala.
Frigoriferi dalla Zanussi, macchinari dal gruppo Danieli, scarpe da
S. Daniele e sedie da Manzano, erano venduti a un mercato che si estendeva
fino all’Olanda e oltre. Non appena queste industrie si espansero,
si unirono a loro produttori specializzati in merci attinenti, come
ad esempio scatole di scarpe, cinghie per seghe e perforatrici per stoffe.
L’immensa somma spesa per ristrutturare ed arredare la casa nella
campagna rimase per la maggior parte nella regione, che previde affari
per un crescente numero di piccoli produttori ed installatori di telai
per le finestre, materiali di copertura e di cose per la casa.
