L’agricoltura
Dopo
la prima guerra mondiale il Friuli risultava essere ancora essenzialmente
agricolo. In questa regione la Guerra aveva lasciato strascichi tremendi
distruzione di strutture produttive, di beni immobili, di infrastrutture
quali ad esempio le vie di comunicazione. L’agricoltura aveva
subito danni ingenti non solo nelle zone delle operazioni militari,
ma in tutta la regione: terre abbandonate e devastate, abitazioni,
stalle, latterie inutilizzabili, il patrimonio zootecnico ridotto
del 90% rispetto al periodo prebellico. L’economia agraria era
al tracollo. Perdute quasi tutte le scorte, nella primavera del ’19
mancavano le condizioni per provvedere alla semina. Il ritorno dei
profughi e dei militari smobilitati
impossibilità a trovare occupazione causarono nel primo dopoguerra
un’impennata del fenomeno migratorio soprattutto transoceanico,
ma rivolto anche verso i paesi europei o anche altra regioni italiane
. Lo Stato non intervenne molto. La situazione dovette essere risolta
in loco, il lavoro di uomini, donne e bambini, le rimesse degli emigranti,
permisero pian piano di riprendere l’attività di un’agricoltura
che restava ancora arretrata, che basava la sua struttura fondiaria
sulla piccola proprietà e sulla mezzadria. Durante i decenni
successivi le istituzioni agrarie cercarono di informare i contadini
e diffondere le colture più adatte ai terreni per migliorare
le rese, allo stesso tempo si avviarono grandi lavori di trasformazione
fondiaria, di bonifica, di irrigazioni, di costruzione di case coloniche
(Legge Serpieri 1933). I terreni bonificati o messi a coltura in seguito
al riordino passarono nelle mani di proprietari terrieri che le appoderavano
suddividendole in mezzadrie o affittanze. Ma la scelta dell’autarchia
del regime fascista che favoriva la coltivazione del mais e in genere
dei cereali danneggiò nel complesso l’agricoltura friulana,
poiché sancì la crisi della zootecnia e delle colture
pregiate, mancando investimenti ne seguì una crisi dell’occupazione
e un calo dei salari, una ripresa dell’emigrazione dei giovani
e di intere famiglie anche verso nuove mete come le colonie e le zone
bonificate(200 emigrarono famiglie in Cirenaica, 300 nell’agro
Pontino) Nel 1936 fu imposto l’ammasso di molti prodotti agricoli,
in questo clima di crescente difficoltà il Friuli si avviava
verso la seconda guerra mondiale, la quale inflisse una nuova enorme
perdita umana e materiale. Dal dopoguerra e fino agli anni ’50
continuò un nuovo esodo di 20.000-30.000 migranti all’anno
alimentato quasi totalmente da provenienti da famiglie agricole. Lo
sviluppo industriale e la ripresa economica si fecero strada nel corso
degli anni ‘50. Fu questa l’epoca delle mutazioni profonde
della società friulana: l’abbandono della campagna per
la città, l’industrializzazione graduale, la rottura
del tessuto patriarcale delle strutture familiari rurali.(Nel ’51
gli attivi in agricoltura erano il 40% contro il 54% degli anni ‘30).
Sono gli anni in cui l’agricoltura anche in Friuli si meccanizza,
nel 1954 sono censiti 2.900 trattori, uno ogni 70 ettari circa (la
media italiana è di 1 ogni 65 ettari, ma in Piemonte è
di 1 ogni 25 ettari e in Lombardia e Veneto 1 ogni 35). Solo all’inizio
degli anni ’60 comunque l’agricoltura friulana uscì
dalle difficoltà post-belliche, essa era strutturata su piccole
unità produttive a conduzione familiare con predominanza della
tradizionale trilogia frumento-granoturco-foraggere con diffusa presenza
delle stalle di bovini. A partire dagli anni ’70 le attività
agricole evidenziano una tendenza alla riduzione del loro peso, la
viticoltura assume un’importanza crescente con la produzione
dei vini a Denominazione di Origine Controllata, le aziende e gli
allevamenti zootecnici si accorpano, si riducono di numero, ma assumono
dimensioni maggiori, cala notevolmente la forza lavoro impiegata in
agricoltura grazie alla meccanizzazione crescente.

L’industria
Gli
anni ’50 furono per la provincia friulana quelli del primo vero
decollo industriale: dal 1951 al ’61 la forza lavoro occupata
nell’industria passa da 60.000 a 82.000 unità. Si ridusse
notevolmente l’occupazione nel settore tessile, ma questo fenomeno
coincise con il grande slancio di tutti gli altri settori, primi tra
tutti l’edile e il metalmeccanico-metallurgico. Un secondo notevole
balzo in avanti avvenne nel decennio successivo: nel ’71 gli
addetti all’industria erano 120.000, continuava il trend positivo
il settore meccanico, si affiancò lo sviluppo del settore del
legno e del mobile. Questa fase fu caratterizzata dallo sviluppo di
distretti industriali formati per la maggior parte da piccole industrie
promossesi dal livello artigianale (il 70%), largamente esportatrici
(circa il 60% del prodotto). Queste imprese di medie dimensioni si
continuarono a tenere però costantemente aggiornate per tecnologia
e criteri di gestione, da ciò deriva il loro successo.
Anche il Friuli risentì della crisi congiunturale: verso la
fine degli anni ’80 si notano i primi segnali della deindustrializzazione:
riducono il personale le industrie che riescano a ristrutturarsi ,
le più deboli falliscono. Scompaiono dalla geografia industriale
friulana interi settori, come quello dei mobili per cucina, o industrie
note nel settore siderurgico, tessile, conciario, della prefabbricazione
edile, tante volte le cause dei fallimenti dipendono da errori gestionali
irreversibili. Ma ormai l’industria friulana è una realtà
che ha svolto un ruolo determinante nel condurre la provincia al benessere
economico, collocandola nel Nord-Est opulento e dinamico.

Il
grafico rappresenta il rendimento dei settori produttivi del Friuli
in rapporto all'intera Italia, dagli anni 50 agli anni 70.
