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RELAZIONE
DELLA CLASSE 5A IGEA DELL’ITC MANZINI DI SAN DANIELE - A. S. 2001/2002 |
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IDENTIKIT
DELLE INTERVISTATE |
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ETA’
L’età delle nostre intervistate varia dai 38 ai 75 anni.
Le più giovani sono Teresa
e Barbara
(38 anni), seguono Sandra
(46), Daniela
ed Elide
(50) e infine, nella classe delle più anziane, Lina (58) ed Alma
, la più avanzata in età, con 75 anni .
LUOGO
DI NASCITA
Sandra e Barbara sono nate a San Daniele, Daniela a San Martino al Tagliamento
(PN), Alma a Meduna di Livenza (TV) e, pur con vicissitudini
legate alla guerra , sono sempre vissute nella zona collinare o
in regione; da famiglia di emigranti provengono invece Teresa, che è
nata in Francia e vi é rimasta sei anni, ed Elide, nata a Castel
di Casio (Emilia Romagna).
E’ originaria di Tramonti (PN) Lina, che ha vissuto lì
fino a 16 anni, per poi trasferirsi a Spilimbergo, dove tuttora risiede.

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LA
FAMIGLIA DI PROVENIENZA
La famiglia di provenienza delle intervistate é stata generalmente
numerosa , ma anche allargata, cioè composta non solo da
padre, madre, fratelli e sorelle, ma anche da altri
parenti. Nelle generazioni più anziane l’infanzia era
dura e caratterizzata dall’impegno di badare ai fratelli più
piccoli e di aiutare la madre nelle faccende domestiche.
LA
FAMIGLIA ATTUALE
Attualmente le famiglie delle nostre sei intervistate sono in media
composte da quattro persone: oltre che ai rispettivi mariti Daniela
ha tre figli, Sandra, Barbara e Teresa ne hanno due ed Elide uno. Rispetto
alla famiglia di origine il numero dei figli è drasticamente
diminuito, e questo fatto coincide con i dati generali del calo delle
nascite in Friuli.

I
COMPITI IN FAMIGLIA
I compiti ai quali assolvere nell’ambito famigliare consistono
nei lavori domestici (lavare,
stirare, preparare da mangiare, pulire, fare la spesa, curare l’orto
e per chi ha parenti anziani, assisterli nelle loro necessità)
. A seguire i figli sono esclusivamente le donne: sono loro che li aiutano
nelle incombenze scolastiche e negli impegni
extrascolastici (come catechismo, nuoto e calcio) ; la situazione
si ripete coi nipoti, quando diventano nonne: spetta a loro
accudire ai nipotini
se i figli sono impossibilitati.
LA
GRAVIDANZA E L’ALLEVAMENTO DEI FIGLI
Lo stesso é successo a loro quando lavoravano: durante l’infanzia
dei figli i nonni ed altri parenti si sono occupati dei bambini piccoli.
Nel caso che questo non sia avvenuto, sono stati gli stessi genitori
a dividersi i compiti nel prendersi cura in ogni momento della propria
prole, magari organizzando dei turni e cercando di conciliarli con il
lavoro.
Non manca chi (Barbara) rimpiange di non aver potuto godersi la prima
infanzia della figlia, e di averla portata all’asilo nido: è
per questo motivo che
si è licenziata, la nascita
del secondo figlio.
Un tempo, poi, il congedo non era così lungo come adesso, e non
manca anche chi ha avuto seri problemi di salute, e perciò ha
dovuto affrontare situazioni difficili, per fortuna con
la collaborazione del marito.

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Alma
orgogliosa con la prima auto di famiglia: una Bianchina

Barbara
con suo figlio
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I
MARITI
I
mariti delle intervistate svolgono o hanno svolto le professioni più
varie: agricoltore, operaio in fabbrica calzaturiera, artigiano edile,
pensionato ex infermiere e pensionato ex ferroviere; quello che ha il
titolo di studio più elevato (geometra) é direttore di
prosciuttificio; il fatto che lavorino entrambi i coniugi li ha costretti
a condividere, dove possibile, la responsabilità degli impegni
della gestione della casa e dei figli.
Si nota la collaborazione tra i coniugi anche nell’amministrazione
del bilancio familiare: sono rare ormai le famiglie nelle quali è
solo il marito a decidere degli investimenti da compiere, nella maggior
parte dei casi entrambi i coniugi se ne occupano, magari dividendosi
i compiti da svolgere.
Anche nel modello di famiglia tradizionale, quello di Alma, la più
anziana, il marito si assume varie responsabilità, pur riservandosi
la cura del bilancio familiare; nella famiglia moderna, tutti e due
gestiscono la casa ed il bilancio di comune accordo; non mancano i
mariti che fanno anche le pulizie e da mangiare.

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Agricoltore al lavoro ai piedi della collina di S. Daniele |
TEMPO
LIBERO
Il tempo libero é poco, si riduce al sabato sera (un caso) e
alla domenica, trascorsa con i nipotini, o a far visita ai propri genitori,
con amici, a cena,
a ballare o al cinema . Talvolta si approfitta per fare shopping;
in un solo caso si segnala come hobby la lettura, sia pure solo di riviste,
il che conferma la ricaduta dei propri interessi nell’esclusivo
ambito familiare, e poca
motivazione all’arricchimento individuale.

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Per
quanto riguarda gli studi, possiamo dire che tutte le signore che abbiamo
intervistato non hanno un bel ricordo della scuola: anche se piaceva,
gli insegnanti delle generazioni più anziane erano particolarmente
severi e ad alcune giovani non piaceva proprio studiare. Le nostre
intervistate comunque hanno ricevuto l’istruzione di base dell’obbligo,
ai loro tempi, ma
non sono state incentivate dalla famiglia a proseguire gli studi
; solo in un caso é stato conseguito un titolo di studio professionale,
che però é stato accantonato. Infatti, Alma, Lina, Daniela
ed Elide hanno frequentato le scuole elementari, Sandra ha frequentato
le elementari e le medie; Barbara, dopo le medie ha frequentato un anno
di scuola per puericultrice a Udine; Teresa invece ha conseguito la
qualifica professionale di segretaria d’azienda, allo Stringher
di Majano, ma si é accontentata di un lavoro meno qualificato
rispetto al titolo di studio.
LA
FORMAZIONE PROFESSIONALE
Prima del lavoro nel calzaturificio o del pensionamento quasi tutte
le intervistate hanno avuto altre esperienze lavorative, ma nessuna
ha seguito corsi di formazione particolare, hanno tutte imparato “sul
campo”.
Alma ha fatto due anni di apprendistato presso un artigiano e poi ha
trovato lavoro in una fabbrica di scarpe. In seguito ha
sempre lavorato nelle fabbriche calzaturiere, infatti ne ha cambiate
ben tre.
Barbara nel periodo in cui studiava per puericultice lavorava all’ONMI
a Udine, poi nel ‘75-’76 é tornata a San Daniele
per lavorare in una fabbrica di scarpe, la Zapas, e infine ha lavorato
per otto anni alla Ferca ’81. In questo periodo la situazione
é cambiata rispetto ai tempi dlel’intervistae si é
manifestata una crisi del settore, é stata messa perciò
in cassa integrazione; allora si é licenziata. Ha deciso quindi
di riprendere a
studiare, sfruttando il titolo di puericultrice e sta frequentando
un corso di formazione per operatore tecnico all’assistenza (OTA),
che le permetterà di lavorare negli ospedali come infermiera.
Daniela all’inizio lavorava in un mobilificio, in seguito in una
fabbrica di biciclette a San Martino e poi in un calzaturificio; attualmente
è cuoca
in un asilo . Elide ha sempre lavorato nell’ambito calzaturiero
come Sandra, mentre Teresa prima di arrivare in uno scarpettificio (Floria)
ha lavorato come cameriera e poi come negoziante, ma ora si limita a
fare la casalinga.
L’unica ad identificarsi subito con l’azienda di famiglia
é stata Lina Sina, che ha iniziato a collaborare coi fratelli
a 17 anni.

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Portone
di ingresso alla scuola professionale femminile

Daniela
ai tempi del lavoro in calzaturificio

Teresa
quando lavorava alla Floria
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MOTIVI
PER CUI LE DONNE HANNO CERCATO UN’OCCUPAZIONE
Tutte le intervistate riconoscono di esser state condizionate nella
scelta da amiche e dalle famiglie; i 2/3 riconoscono come fattore decisivo
le necessità finanziarie familiari, 1/3 la scarsa attitudine
allo studio. Certamente un’ampia domanda di manodopera poco specializzata,
oltre che l’aiuto in famiglia e l’immediata disponibilità
economica hanno fornito la spinta necessaria ad intraprendere l’attività
lavorativa nel settore calzaturiero.
In particolare, le donne più giovani (Barbara e Teresa, 38 anni),
dichiarano che sono entrate nel mondo del lavoro non per immediata necessità,
bensì perché loro o la famiglia non ritenevano opportuno
il proseguimento degli studi; diverso é il caso delle più
anziane, che hanno
abbandonato gli studi per un indispensabile contributo al sostentamento
familiare.
Chi invece ha dimostrato meno passività nella scelta lavorativa
é stata Lina, che si é adattata a svolgere mansioni non
solitamente femminili, la vendita dei pezzi di ricambio delle auto,
nell’officina familiare. E’
divenuta una donna manager: per questo ha attirato la nostra attenzione
e abbiamo deciso di intervistarla, anche se non ha a che fare col settore
calzaturiero.

IL
SALARIO
Nessuna intervistata si è lamentata della retribuzione, considerando
però che il salario al momento dell’assunzione era ritenuto
piuttosto elevato, per una donna. Ad esempio Alma, la signora più
anziana, percepiva mediamente £24.000 al mese negli anni ’50:
non bisogna dimenticare che in quegli anni il potere d’acquisto
della moneta era più elevato rispetto a oggi, che lo stipendio
era commisurato in base all’esperienza e alle mansioni svolte
e che, rispetto ad altri settori industriali, la somma percepita dagli
operai dei calzaturifici era inferiore. Infatti alcune delle donne intervistate
hanno svolto altri lavori e possono confermare che i salari ricevuti
mensilmente nelle altre fabbriche erano maggiori. Ma la
semplicità delle mansioni e la vicinanza del posto di lavoro,
nonché i buoni rapporti coi colleghi sono stati fattori decisivi
per l’impiego nel settore.

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operaie durante una pausa

La
ditta SINA di Spilimbergo
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L’IMPATTO
CON IL MONDO DEL LAVORO E LE DIFFICOLTA’ INCONTRATE
La totalità delle intervistate non ha sostenuto un colloquio
di lavoro, ma al contrario ha intrapreso la carriera lavorativa direttamente,
presentata all’azienda da familiari o da amiche; é stata
assunta dopo un breve periodo di apprendistato: l’assenza del
colloquio è dovuta al fatto che la richiesta occupazionale era
piuttosto elevata.
Eventuali difficoltà sono legate alla giovane età delle
donne nel momento in cui hanno intrapreso l’attività lavorativa,
all’inesperienza in ambito calzaturiero; inoltre si segnalano
difficoltà
di conciliare lavoro e impegni famigliari, o problemi di salute.
Quanto alla presenza di discriminazioni, Alma e Daniela affermano che
le donne erano più controllate rispetto ai colleghi maschi; Sandra,
Elide, Barbara, e Teresa rilevano che essendo il lavoro tipicamente
femminile, non ci sono state discriminazioni. Neanche Lina ha avuto
problemi.

I
RAPPORTI CON I DATORI DI LAVORO E CON I COLLEGHI
Per la quasi totalità delle intervistate i rapporti con i datori
di lavoro sono buoni, forse un po’ paternalistici: ad esempio,
i proprietari talvolta offrivano ai lavoratori delle bibite o dei dolcetti
durante la pausa o in occasione delle festività. Si riscontrano
però due casi in cui i rapporti con i datori di lavoro risultano
difficili a causa della severità o dell’eccessiva intransigenza
di questi ultimi.
I rapporti con i colleghi sono giudicati buoni, eccetto qualche discordanza
con i più anziani, che essendo più esperti si ritengono
superiori, e questo loro comportamento rappresenta un ostacolo soprattutto
quando si è appena assunti. Teresa in particolare si lamenta
dei suoi superiori, per molte il fatto di essere alle prime armi
risulta oggetto ci più facili critiche.

I COMPITI LAVORATIVI
Le fasi del lavoro e le relative competenze si dividono in questo modo:
Tomaista (cucire le tomaie)
Scarnitura (ridurre lo spessore della pelle nella tomaia e nella zeppa)
Rifinitura (togliere la forma e controllare che non abbiano difetti)
Confezionamento (inscatolare le scarpe)
Magazzino (controllo finale e spedizione).

LA
CRISI ATTUALE
La crisi che adesso attraversa il settore calzaturiero appare ancor
più evidenziata da alcuni particolari, che ci vengono delineati
dalle intervistate: Teresa ci fa presente che il
suo licenziamento é connesso con la chiusura della fabbrica
, avvenuta negli anni ‘80; Elide ci racconta che la fabbrica la
momento della sua assunzione (fine anni ’60) aveva grande capacità
di assorbire manodopera, anche se non le risulta che allora parte del
lavoro fosse dato a domicilio, ma che al momento del suo pensionamento
il personale
ammontasse a 18 persone, da 30 che erano qualche anno prima . Risale
a questi giorni (estate 2002) il licenziamento di Barbara, che vista
la crisi ed il rischio di un fallimento dell’azienda, ha pensato
bene di abbandonare il lavoro per non perdere i diritti economici acquisiti.
Accenni di problemi
interni alla fabbrica già in precedenza si rilevano da alcune
sue osservazioni.
La crisi attuale è sentita anche nel settore della vendita delle
auto, ma la vendita dell’usato ed il rapporto di “fidelizzazione”
con il cliente (offrire garanzie, rateizzazioni e valutazione vantaggiosa
dell’usato, possibilità di cambiare l’auto entro
un dato termine) sono i punti forti dell’azienda Sina di Spilimbergo,
che ha aperto anche un sito Internet (http://www.sina-auto.fiat.com),
ove si possono reperire tutte le informazioni sull’azienda.

ASPIRAZIONI
Quasi tutte le nostre intervistate avrebbero voluto fare un altro lavoro,
ma non ne hanno avuto la possibilità. Ad Alma sarebbe piaciuto
fare la sarta, a Daniela sarebbe piaciuto diventare infermiera in sala
operatoria; Teresa avrebbe fatto volentieri la negoziante. Le uniche
abbastanza soddisfatte della loro situazione attuale sono Sandra ed
Elide, che però avrebbe voluto seguire corsi di avviamento professionale.
Barbara, che si é licenziata, ora frequenta un corso per lavorare
in ospedale e realizzare finalmente il suo sogno di fare la puericultrice.
Tutte le intervistate
sono però contente di aver svolto l’esperienza lavorativa
e ritengono che la donna possa così ottenere un suo posto nella
società.
Un caso particolare é costituito da Lina Sina, orgogliosa, giustamente,
del ruolo leader da lei assunto all’interno dell’azienda;
il che conferma quanto si é detto anche a proposito della nascita
del settore calzaturiero nel sandanielese, che l’unione e la collaborazione
familiare nel contesto collinare e pedemontano é stata la carta
vincente per la riuscita delle iniziative economiche.

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Il
banco di confezione degli scarpets

La
fase di scarnitura viene fatta a mano

Sandra
cha lavora alla Norton di Cisterna

Elide,
prima della pensione
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Il
settore delle calzatura nel sandanielese, dopo un exploit tra gli anni
’60 e ’70, risente della globalizzazione, e della crisi
che negli anni ’80 ha colpito tutti i settori industriali della
regione, crisi ritardata, per un certo periodo, dagli aiuti regionali
post terremoto. Molte aziende si sono riconvertite, dalla confezione
semiartigianale di calzature tipiche o stagionali, sono passate a prodotti
più rifiniti e di maggior qualità, lavorando per conto
terzi (le grandi ditte, come Sanagens o Valleverde); qualcuno - ci é
stato detto, ma senza far nomi - si é lanciato sul mercato estero
dei paesi ex socialisti, con risultati disastrosi, poiché la
produzione, una volta confezionata e partita, é stata rimandata
indietro, forse con una manovra internazionale che voleva mettere fuori
gioco qualsiasi concorrenza. E così é stato. Ora le aziende
che producono calzature nella zona sono poco più di una decina,
sulla carta, alcune delle quali risultano avere la stessa sede (e quindi
sono sdoppiamento di una iniziale azienda sola), si avvertono avvisaglie
di crisi e ridimensionamenti del personale.

Ma c’é chi, in questa difficile congiuntura,
é ritornato alle radici e, dopo una battaglia giudiziaria per
il riconoscimento del brevetto del nome, ha
riscoperto gli antichi scarpets, puntando sulla qualità,
sulla firma, sul prodotto prestigioso e di classe . E’ nata così
la linea “Scarpets a porter” : ancora una volta una donna,
Deda Meriggi, già titolare della Calzoleria Lombarda di via Canciani,
è stata la prima a credere nelle potenzialità commerciali
dell’antica calzatura delle
donne carniche ; la produzione si diversifica ogni anno, ed é
pubblicizzata anche attraverso un sito Internet (http://www.scarpetaporter.it/home.htm).
Ora gli scarpets sono distribuiti da Samoda,
di Lucio Lesa e in questi giorni sono presenti alla mostra “Il
tessile tra arte, moda e tecnologia”, a Torino.
Agli scarpets é stata dedicata da Luigi Maieron anche una poesia,
nella raccolta "Oreprisint" edita dalla Comunità Montana
della Carnia .
Forse una nuova strada si apre davanti alla rivisitazione delle umili
calzature carniche, anche se é una strada tutta in salita.
La
bibliografia, per la storia delle pantofole nel sandanielese, é
costituita dalla ricerca di
THOMAS HARDES BAKER, Small-scale indistrialization and rural society
in northeasten Italy, Stanford university, 1989.
tradotta a cura delle alunne della attuale 5^ linguistico Aliuscia Buttazzoni,
Francesca Munini, Arianno Prolongo.

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Scarpets

Scarpet-a-porter
Consulta
altri documenti:
La
donna in famiglia
Identikit delle intervistate
Un depliant sugli scarpets
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