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RELAZIONE
DELLA CLASSE 5AL - ITC ZANON DI UDINE - A.S. 2002/2003 |
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INTRODUZIONE
Interviste
alle donne della 1° generazione
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Le
donne della prima generazione da noi intervistate appartengono all'età
delle nostre nonne, sono nate dagli anni '17 agli anni '34. Sono qui
tra noi e vivono il nostro tempo, ci hanno raccontato i fatti della
loro infanzia e gioventù e sembra appartengano ad un mondo così
lontano, così diverso da quello che emerge dalle testimonianze
delle ragazze e delle donne delle generazioni successive. Il loro Friuli
era contadino, povero, segnato dal lavoro minorile e dall’emigrazione,
dilaniato dalle guerre, basato sulla famiglia patriarcale, con la vita
esposta a molti rischi. Ma poi sono state proprio loro a vivere da protagoniste
il passaggio dell’industrializzazione che ha comportato il boom
economico degli anni ’60, dopo tale data gli standard ecomici
e sociali si sono evoluti in tempi rapidissimi e la vita delle persone,
come è emerso dalle interviste delle generazioni successive,
non è stata più la stessa.

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Leggi
le relazioni su:
2°
generazione
3°
generazione

Lavoro
nei campi

Famiglia
dell'emigrante (1925)

Scolare
(1925)

Classe
femminile (1921)

Classe
maschile (1926)
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| IL
PERCORSO SCOLASTICO E FORMATIVO |
Abbiamo
intervistato 16 donne nate in questo arco di tempo.
Il loro percorso scolastico si può riassuemere in questa tabella:
Anni
scolarità Numero Persone
3 anni 1
4 anni 7
5 anni 7
8 anni 1
Una
delle nostre testimoni a 9 anni aveva già completato
il ciclo di studi e iniziato a lavorare, ma alle altre ciò
è accaduto uno o due anni dopo. Solo una delle intervistate ha
potuto frequentare fino al completamento della terza
media, ma anche lei non ha potuto studiare oltre, per di più
ha dovuto ridurre il monte ore scolastico perché alcune materie
erano direttamente a carico delle famiglie. Da più di qualche
testimonianza ci risulta che esisteva ed era molto diffusa la
scuola per corrispondenza, ma erano i maschi a fruirne.
La
scuola
La frequenza scolastica era finalizzata all'alfabetizzazione, gli stessi
genitori, in particolare nel caso delle bambine, per il futuro che le
aspettava, non ritenevano utile lo studio, quanto piuttosto imparare
un mestiere e soprattutto collaborare
in casa. Ma i limiti dipendevano soprattutto dalle difficoltà
ecomiche delle famiglie, le bambine già dall'infanzia dovevano
badare al proprio
sostentamento e non gravare sui magri bilanci familiari. La scuola
delle nostre nonne era impostata su un’educazione
rigida, condivisa dagli adulti, le scolaresche erano numerose, i
rapporti tra famiglie ed insegnanti non erano frequenti se non in casi
gravi, si limitavano normalmente allo scambio delle pagelle trimestrali
che i genitori restituivano firmate.
Strutture
e servizi
L'orario scolastico prevedeva 6 ore di lezione senza mensa. Perciò
i bambini dovevano ben quattro volte al giorno percorrere spesso a piedi,
per la scarsità di qualsiasi mezzo di trasporto, il tragitto
da casa a scuola e viceversa, si trattava anche di percorsi
molto lunghi dato che le scuole erano concentrate nei paesi più
importanti perchè scarseggiavano gli edifici e le strutture.
Lo stato interveniva con aiuti ai bambini meno abbienti, provvedeva
ad assegnare gratuitamente testi e quaderni.
La
didattica
La
maestra unica insegnava principalmente le basi della lingua italiana,
del calcolo, alcune nozioni di storia e geografia, la religione che
era ritenuta una materia molto importante. L'obbligo scolastico di 4
anni venne elvato a 5 anni nel 1937. Eppure questa scuola così
scarsa di mezzi, così faticosa da raggiungere, così repressiva
e punitiva rappresentava comunque un momento positivo, un'apertura
verso un sapere che poi sarebbe stato subito negato a queste bambine.
A causa delle condizioni economiche e della mentalità un titolo
di studio anche di medio termine era difficilmente ottenibile.
Le
aspirazioni
Tuttavia
in queste condizioni di vita alcune bambine elaboravano progetti e desideri
per il loro futuro: 3 avrebbero voluto diventare maestre, 1 infermiera,
4 hanno dichiarato che avrebbero voluto continuare gli studi, in primo
luogo perchè erano interessate al sapere, alla cultura, ad allargare
i loro orizzonti e le loro conoscenze, poi perché lo studio avrebbe
garantito comunque un futuro migliore. Purtroppo nessuna di queste ragazzine
ha potuto coronare il suo sogno, le altre non si permettevano neppure
di sognare.

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L'ACCESSO
AL MONDO DEL LAVORO |
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Verso
l'età di 10/11 anni al massimo, terminata la frequenza della
scuola elementare, le bambine iniziavano la loro attività lavorativa
andando a prestare la propria opera in cambio del vitto e qualche soldino
collocandosi come domestiche presso qualche famiglia benestante, oppure
come apprendiste
presso qualche sarta o collaborando in casa, ed era la maggioranza,
se l'economia familiare si basava sull'agricoltura. Verso i 16/17 anni
iniziavano ad essere retribuite, ma molte di queste giovani per trovare
lavoro dovevano occuparsi lontano
da casa, spesso nelle regioni più ricche d’Italia o
all’estero. E’ significativo notare come queste ragazze
cambiassero spesso attività: da braccianti agricole a domestiche,
a operaie negli essicatoi e nelle filande, per riprendere magari il
lavoro lasciato in precedenza. Si trattava evidentemente di impieghi
precari, stagionali, scarsamente retribuiti in nero, la guerra con i
suoi pericoli rendeva tutto più incerto e instabile.
L'
AMBIENTE DI LAVORO
Il
servizio domestico
Molte
delle nostre testimoni si sono impiegate come domestiche anche molto
lontano da casa, fino a Roma e Milano a partire dai 13-14-15 anni per
provvedere al proprio sostentamento. Questi lavori il più delle
volte erano retribuiti con poco denaro, ma venivano ripagati con il
vitto e l'alloggio. Queste adolescenti si collocavano molto spesso in
queste famiglie tramite l'intermediazione di qualche parente o conoscente
paesana che già lavorava presso la stessa famiglia o una famiglia
amica, si creava così una rete di sostegno affettivo e di tutela
nei confronti di un ambiente estraneo e lontano che avrebbe potuto celare
anche insidie per ragazzine così giovani. Ma le nostre testimoni
hanno dichiarato di essersi trovate bene ed in un certo senso di essere
state perfino accudite presso queste famiglie, qualcuna ha sentito questa
esperienza come un’apertura verso il mondo, la possibilità
di uscire dai limiti
ristretti e soffocanti del paese e della famiglia d’origine,
l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo, di incontrare
persone e frequentare ambienti di livello superiore; qualcuna invece
ha sofferto per la solitudine così precoce; altre che potevano
essere impiegate come sarte o magliaie vicino casa si ritenevano fortunate.
La
retribuzione
La
maggioranza di queste ragazze in qualsiasi ambiente di lavoro ha cominciato
a percepire uno stipendio verso i 17-18 anni, tutti gli scarsi
guadagni ottenuti dovevano essere consegnati alla madre o al padre,
che li utilizzavano per rimpinguare il reddito familiare complessivo.
Il lavoro svolto era per la maggior parte un lavoro di genere: erano
magliaie, sarte, cameriere, braccianti agricole, domestiche.
Alcune avevano trovato impiego anche come operaie in settori dove la
mano d'opera era soprattutto femminile come le filande, gli essiccatoi
di tabacco, le
industrie belliche…il loro ruolo era subalterno,
mentre i maschi svolgevano compiti di controllo. Tutto ciò era
aggravato dal clima che si respirava durante gli anni del regime
fascista, quando era necessario non parlare, nen esprimersi, badare
esclusivamente ai fatti propri se non si voleva correre rischi per la
propria incolumità Le paghe erano in tutti i settori talmente
basse, inferiori comunque a quelle percepite dagli uomini, cosi come
era stabilito dalla Legge, che era necessario svolgere diversi lavori
contemporaneamente per accumulare un minimo gruzzolo alla fine del mese.
Le
condizioni di lavoro
In
ogni ambito le
condizioni di lavoro erano faticose, con orario prolungato fino
a 12 ore giornaliere, senza alcuna tutela, né per gli infortuni,
né per la salute, per le donne era molto faticoso tutto l’insieme
perché malgrado le dure fatiche erano anche discrimanate e non
considerate. Durante la
guerra le condizioni di vita e di lavoro erano ulteriormente peggiorate,
questa catastrofe aveva comportato per le donne, soprattutto giovani,
il lavoro coatto
e livellato verso il basso ogni classe sociale.
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Gruppo
di sartine ricamatrici (1922)

Famiglia
al lavoro nei campi1930
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LA
GESTIONE DELLA FAMIGLIA |
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La
famiglia
Le
famiglie di queste testimoni erano molto numerose, di tipo patriarcale,
più nuclei erano riuniti sotto lo stesso tetto per collaborare
nella gestione dell'economia familiare, in quanto un nucleo formato
dai genitori e dai loro figli non aveva la possibilità di produrre
risorse sufficienti a garantire la vita, così era necessario
condividere con i parenti prossimi un'unica casa, un unico focolare,
tutti i beni. Le famiglie di Nerina e Ines erano le uniche mononucleari,
la prima si basava sul reddito ottenuto dal padre geometra e la seconda
sul reddito di un'attività artigianale e commerciale: la gestione
di un panificio. In queste strutture le donne dopo il lavoro fuori casa
dovevano collaborare con le altre nell’attività domestica
e nel lavoro dei campi. Era una vita di grande sacrificio di operosità
infaticabile, vissuta con una dedizione alla famiglia e una disponibilità
al sacrificio totali. In grado di cavarsela anche da sole nelle condizioni
più difficili, come Nives rimasta vedova in Francia con due bambini
piccoli, o Lucia il cui marito fu prigioniero in Abissinia per ben tre
anni, queste donne erano un pilastro sicuro sul quale i loro uomini
sapevano di poter contare. Loro comunque erano consapevoli di essere
importanti nell’ambito della famiglia, malgrado le decisioni spettassero
agli uomini.
I
sentimenti
Queste
condizioni di vita tanto difficili, la convivenza, la scarsità
di mezzi portavano necessariamente le persone ad assumere atteggiamenti
molte volte freddi e distaccati, mancavano le energie, il tempo e gli
spazi adatti a scambiare comportamenti affettuosi, a
esternare i sentimenti che esistevano anche tra coniugi e tra genitori
e figli. Possiamo solo immaginare che cosa potesse significare per una
madre vedersi partire la sua bambina in cerca di lavoro, bisognava per
forza indurire per poter sopportare. Tutte le testimoni comunque hanno
dichiarato di aver goduto di rispetto nell’ambito della famiglia
e a loro volta di essere state molto rispettose con gli altri, anche
con il marito, ma oltre questo rispetto dalle parole di molte trapelano
i sentimenti di amore che caratterizzano questo legame.
Il
matrimonio
Circa la metà delle intervistate ha dichiarato di essersi sposata
molto presto dai 18 ai 21 anni, l'altra metà (soprattutto a causa
delle difficoltà create dalla guerra) comunque entro i ventinove,
età all'epoca ritenuta molto tarda. Il
matrimonio non ha significato un cambiamento di status perché
tutte queste ragazze tranne Nerina, si sono trasferite in casa dei suoceri
dove hanno comunque dovuto continuare a lavorare per contribuire al
sostentamento della nuova famiglia; quasi tutte le intervistate si sono
sposate tra gli anni quaranta e cinquanta, in periodo bellico o nel
primo dopoguerra, quando l'Italia versava in una grave crisi economica.
In Friuli, come emerge dalle testimonianze, l'economia era ancora più
arretrata che altrove. A ciò vanno aggiunti tutti i danni causati
dalla seconda guerra mondiale che nel territorio della nostra regione
sono stati particolarmente gravi e distruttivi. Intorno agli anni '60,
quando il Friuli e l'Italia hanno cominciato a vivere il boom economico
e a industrializzarsi, la vita delle nostre testimoni ha potuto migliorare
decisamente, sette hanno potuto formarsi una
famiglia propria grazie al miglioramento delle condizioni economiche
o in seguito all'emigrazione (quattro casi).

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Gruppo
di famiglia (1932)

Matrimonio
(1939)

Matrimonio
(1950)

Nonna
e bambina (1955)
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Emerge, dal nostro lavoro, il quadro di un Friuli tra gli anni 1920
e 1950 caratterizzato da un'agricoltura arretrata e da uno sviluppo
ancora preindustriale, che potevano offrire ben poco: la vita era molto
faticosa per tutti, adulti, bambini. Uno studio del Consiglio e Ufficio
provinciale dell’economia di Udine nel 1931 sottolinea che, malgrado
la scarsa fertilità dei suoli, l’agricoltura prevale sull’industria
(i dati non sono indicati) ”… una scarsa produttività
che solo la costante e paziente opera dell’agricoltore friulano,
mirabile esempio di tenacia, ha saputo rendere di gran lunga superiore
alle risorse naturali”. Nella zona di collina l’azienda
era di piccola e media proprietà, in pianura ai grandi possedimenti
si succedevano proprietà frazionate, prevalevano la conduzione
diretta e l’affitto misto(1). Dallo stesso studio emerge che gli
addetti all’industria e all’artigianato erano 53.706(16.2%
sul totale) (di cui 15.119 appartenenti al Comune di Pordenone, che
non era Provincia a sè) e 22.647 gli addetti al commercio su
un totale di popolazione censita al 31 dicembre 1928 di 872.652 abitanti.
Pesante e grave il fenomeno migratorio“ Il censimento del 1911
accertava che ben 90.853 abitanti della provincia si trovavano all’estero…nel
biennio 1927-28 la popolazione dell’intera provincia risulta diminuita
di 4908 abitanti. Ciò è dovuto essenzilmente al fenomeno
migratorio... Le correnti migratorie ripresero e accentuarono la loro
intensità non appena l’assestamento post- bellico permise
di rivalicare i confini e riattraversare gli oceani.”(1)Il regime
fascista, malgrado la retorica e l’enfasi, con le sue durezze
e discriminazioni rendeva la vita difficile e pesante. La 2^ guerra
mondiale aveva in Friuli ferito e coinvolto con particolare durezza
la popolazione civile (il 48% dei morti durante la guerra erano civili).
Le donne pagavano duramente il prezzo di questa situazione, avevano
sulle spalle un peso enorme in quanto erano costrette a lavorare in
condizioni pessime, con retribuzioni inferiori agli uomini, che erano
spesso lontani a causa della guerra, avevano a carico la responsabilità
della crescita e dell'educazione dei figli, oltre alla gestione della
famiglia e della casa. Appena finito il conflitto si avvia la ripresa,
ma sarebbe stato necessario un decennio per uscire dalla crisi post-bellica.
Un’indagine della Camera di Commercio Industria e Agricoltura
di Udine del 1949, indica un aumento della popolazione dal 1936 al 1947
del 12,2% (in confronto all’11,1% del dato nazionale) da 721.000
a 810.000 abitanti. Di questa popolazione risulta attiva un’alta
percentuale: il 47,2%. L’agricoltura ancora impiega il 54,2 %
della popolazione attiva, l’industria il 31,7% il commercio il
6,3%(2).

La
classe quarta A L dello Zanon di Udine
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Leggi
la tabella di comparazione
dei dati delle tre generazioni di intervistate
Leggi
le relazioni su:
2°
generazione
3°
generazione
(1)
Consiglio e Ufficio Provinciale dell'Economia - Udine,
La provincia di Udine e la sua economia, Udine, 1931.
(2)
Camera di Commercio - Industria e Agricoltura - Udine, La struttura
economica della Provincia di Udine, Udine, 1949. |